Non più solo input e output quindi, ma ora anche outcome. È quasi come dire che cifre e fatti non sono più sufficienti, ma occorre considerare anche il valore e gli impatti di ogni azione. Si parla infatti di efficienza sociale, dopo quella economica e tecnica, propria della rendicontazione sociale. I risultati da considerare sono spesso di lungo periodo e si riferiscono a beni e servizi, ma anche ai comportamenti dei destinatari, i cui effetti possono riguardare una pluralità di soggetti, non necessariamente riferiti ai soli diretti interessati.

Il Bilancio Sociale è un tassello all’interno del più ampio mosaico della Responsabilità Sociale e dell’Accountability, dove l’orientamento alla RSI e agli interessi degli stakeholder diventano lo step successivo al rendere conto dei risultati, delle scelte e delle risorse che si possono trovare all’interno del documento.

Secondo un’indagine condotta da Fondazione Sodalitas con IRS su un campione di 184 onp e promossa al fine di indagare la diffusione della pratica della misurazione dell’impatto, è emerso come solo il 32% delle intervistate segue un approccio di valutazione legato agli outcome e agli impatti (mentre il 31% valuta solo gli output). Nel Regno Unito invece la percentuale di charities che valuta e misura l’impatto della propria attività è pari al 70%.

In Italia ad essere maggiormente oggetto di valutazione sono gli aspetti di gestione dei progetti e i bisogni dei beneficiari, mentre occasionalmente si valutano anche la qualità dei servizi, i risultati per gli utenti e l’impatto generato dall’attività. Anche se ritenuta importante, l’attività di valutazione viene difficilmente implementata per mancanza di fondi (46%), di competenze (37%) e di strumenti (29%).

Ci sarebbe da aggiungere come, in alcuni casi, l’attività di misurazione e rendicontazione venga ancora intesa come un peso o un impegno troppo oneroso che grava sull’attività quotidiana delle organizzazioni, anche se, al contrario, sono proprio le organizzazioni che adottano comportamenti responsabili e rendicontano in maniera regolare ad essere le più competitive ed innovative, perché in grado di migliorare la propria capacità di risposta ai bisogni, ma anche migliorarsi ed accrescere il grado di consapevolezza.

E mentre in Italia ancora ci si interroga sulla convenienza o meno della reportistica di sostenibilità, il Parlamento Europeo ha votato le modifiche della Direttiva 2013/34/UE che prevedono l’obbligo di includere informazioni non finanziarie in bilancio, a partire dal 2017, per le imprese di grandi dimensioni che costituiscono enti di interesse pubblico e che presentano almeno 500 dipendenti occupati.

Un “obbligo” che presto dovrà essere recepito e che premierà le aziende che dimostrano di comprendere anche gli aspetti di RSI all’interno dei meccanismi di rendicontazione.