Così come in politica si può riscontrare democrazia quando ci sono più partiti, allora è necessario che anche l’economia ritrovi “biodiversità” per rinnovare slancio e forza: accanto alle imprese for profit e allo Stato devono trovare spazio gli enti del Terzo settore in una conciliazione ideologica e pratica. Si supera la rigida bipartizione profit e non profit per entrare in una dimensione in cui l’aspetto rilevante è l’impatto sociale, o meglio il beneficio, che si riesce a generare. Stanno emergendo nuovi modelli di business che non solo riguardano la dimensione economica dell’impresa, ma che valorizzano un approccio sostenibile e inclusivo del mercato. Essi prendono le mosse dalla Corporate Social Responsibility e approdano in un quadro normativo in mutamento.

Occorre distinguere tra “società benefit” (o “benefit corporation”) e “B-Corporation” (o “B-Corp.”). L’universo “B” prevede due categorie diverse ovvero la “B Corp.”, certificazione che può essere ottenuta da qualsiasi impresa privata nel mondo, e la Benefit Corporation, una vera e propria forma giuridica introdotta per la prima volta negli Stati Uniti e da qualche mese anche in Italia con la denominazione di società benefit.

La società benefit è una forma giuridica di impresa che affianca attività di natura commerciale ad attività di natura sociale e si impegna a:

  • raggiungere uno o più fini di pubblica utilità. Le finalità di beneficio comune devono essere indicate nell’oggetto sociale attraverso una modifica dello Statuto. Il punto focale risiede quindi nell’obbligo programmatico ovvero di dichiarazione a priori del perseguimento, accanto al profitto, di finalità di beneficio comune;
  • avere al proprio interno uno o più soggetti responsabili del perseguimento delle finalità di bene comune. Non è precisato se debba trattarsi di un amministratore, di un dipendente con funzioni dirigenziali o di un consulente esterno. E’ palese il fatto che più saranno coinvolti gli organi di management interno, più credibile apparirà l’impegno da parte dell’azienda;
  • realizzare un rapporto a cadenza annuale per la dichiarazione delle azioni compiute per il raggiungimento degli obiettivi. E’ richiesta una relazione sulle attività di beneficio comune ed essa dovrà essere allegata al bilancio e pubblicata sul sito della società. In questo documento sono descritti gli obiettivi raggiunti, gli eventuali problemi riscontrati, l’impatto positivo generato suddiviso su diverse aree e indicati gli obiettivi per l’anno successivo;
  • essere sottoposta a un processo di certificazione da parte di un soggetto terzo e la valutazione dell’impatto sociale generato si compie attraverso standard esterni che hanno per oggetto governance, sostenibilità ambientale, relazioni con gli stakeholder;
  • un’autorità garante della concorrenza è adibita a sanzionare per pubblicità ingannevole le aziende che non mantengono le promesse e non rispettano i requisiti, in modo da limitare il rischio che questa forma giuridica sia utilizzata per meri scopi promozionali e di marketing.

La B-Corp. è una impresa che assume tale denominazione a seguito di un processo di certificazione e che incorpora scopi sociali producendo contemporaneamente un reddito da attività commerciale per il perseguimento delle proprie finalità. Le B-Corp. ottengono la certificazione da B Lab, organizzazione non profit statunitense, a seguito della compilazione di un questionario e di un test. Questi misurano l’impegno rispetto a valori e a pratiche responsabili dal punto di vista sociale e ambientale. La vision di B Lab è che un giorno tutte le aziende competano non solo in termini di fatturato, ma per il benessere della società globale in vista di una prosperità economica condivisa e duratura e guida, quindi, un cambiamento sistemico per la costruzione di una comunità di B-Corporations certificate che soddisfino i più elevati standard di verifica delle prestazioni. Nel 2006 B Lab ha creato il protocollo B Corp. e dal 2010 ha introdotto la forma giuridica di Benefit Corporation, da allora legge in 32 Stati degli USA.

Il senatore Mauro Del Barba è stato in Italia il primo firmatario del disegno di legge che nell’aprile 2015 ha portato questo tema all’esame del Parlamento e che a novembre dello stesso anno lo ha fatto confluire nella legge di Stabilità che ha introdotto anche nel nostro Paese le società benefit, definite come “società che nell’esercizio di un’attività economica, oltre allo scopo di dividerne di utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti ed associazioni ed altri portatori di interesse”. La formula italiana si propone come modello europeo, difatti il nostro Paese è l’unico assieme agli Stati Uniti ad avere riconosciuto il nuovo status giuridico. Queste aziende hanno una visione di business sostenibile sul lungo periodo e, rafforzando il brand, riescono ad attrarre e trattenere talenti e risorse migliori.

Che cosa potrà convincere le imprese a intraprendere questo percorso, dati i costi di rendicontazione e l’assenza di qualsiasi tipo di agevolazione? La società benefit sarà in grado di aggiungere, accanto alla tradizionale denominazione sociale, l’abbreviazione “SB” e utilizzarla nei titoli emessi e nella documentazione e comunicazione verso terzi, forgiandosi di un marchio di trasparenza con immediati ritorni in termini di reputazione e immagine.

“Il concetto di benefit-corporation è un esperimento ed è troppo presto oggi sapere come andrà. La mia ipotesi è che sarà un grande successo poiché può infondere lealtà, cooperazione e inspirare al raggiungimento di un vero scopo, il che aiuta a creare anche profitto – Robert Shiller, Premio Nobel per l’Economia 2013